Un referto che parla di un microbiota uterino alterato può creare più domande che risposte, soprattutto quando si sta cercando una gravidanza o si sono già verificati fallimenti d’impianto. La disbiosi endometriale indica uno squilibrio dei microrganismi presenti nell’endometrio, ma non è ancora una diagnosi con criteri universalmente condivisi. Qui chiarisco cosa può significare, quali esami esistono, quando possono avere senso e quali promesse è meglio valutare con prudenza.
Le informazioni più utili prima di fare un test
- Non è una diagnosi basata sui sintomi: spesso l’alterazione del microbiota non provoca disturbi riconoscibili.
- Il microbiota vaginale e quello endometriale non sono la stessa cosa, anche se possono influenzarsi.
- Il Lactobacillus predominante è associato in alcuni studi a risultati riproduttivi migliori, ma non esiste ancora uno standard diagnostico unico.
- Il test del microbioma non è raccomandato di routine per tutte le donne che cercano una gravidanza.
- La terapia dipende dalla causa: gli antibiotici hanno senso in presenza di un’infezione o di endometrite cronica documentata, non per correggere automaticamente ogni referto molecolare.

Che cosa indica davvero una disbiosi endometriale
L’endometrio non è un ambiente completamente isolato. Le tecniche molecolari hanno rilevato comunità microbiche in quantità molto basse, spesso composte da Lactobacillus insieme ad altri batteri. Con il termine disbiosi si descrive una composizione considerata meno favorevole, per esempio con una riduzione dei lattobacilli e una maggiore presenza relativa di altri microrganismi.
Il punto importante è che non esiste ancora un profilo “perfetto” valido per tutte. Alcuni studi definiscono dominante una comunità con oltre il 90% di Lactobacillus, ma questa soglia deriva da specifici protocolli di ricerca e non rappresenta una norma clinica universale. Un risultato diverso non dimostra, da solo, che l’endometrio sia la causa dell’infertilità.
La mia lettura è quindi prudente. Il microbiota uterino è un possibile elemento dell’ambiente in cui avviene l’impianto, non il responsabile automatico di ogni gravidanza che non arriva. Età, qualità embrionale, ovulazione, tube, cavità uterina, spermatozoi e condizioni come endometriosi o adenomiosi possono avere un peso molto maggiore.
Quali segnali può dare e da cosa può dipendere
Nella maggior parte dei casi non ci sono sintomi specifici. Perdite anomale, cattivo odore, bruciore o dolore orientano più facilmente verso un problema vaginale o cervicale e non permettono di dedurre la composizione dell’endometrio.
Un’alterazione può essere associata a vaginosi batterica, infezioni genitali, procedure ginecologiche, uso recente di antibiotici o infiammazione persistente. Tuttavia, molti di questi collegamenti derivano da studi osservazionali: mostrano una relazione, ma non sempre chiariscono se lo squilibrio sia la causa, la conseguenza o semplicemente un indicatore di un altro problema.
Il quadro che richiede maggiore attenzione è quello di una endometrite cronica, cioè un’infiammazione persistente della mucosa uterina. Può essere asintomatica e, in alcune pazienti, è stata collegata a infertilità o fallimenti ripetuti dell’impianto. Non va però confusa con la semplice presenza di DNA batterico rilevata da un test del microbioma.
Come si accerta senza confondere i diversi esami
Non esiste un unico esame capace di rispondere a tutte le domande. La scelta va legata alla storia riproduttiva e a un’ipotesi clinica precisa, soprattutto dopo fallimenti ripetuti di procreazione medicalmente assistita.
| Esame | Che cosa valuta | Limite principale |
|---|---|---|
| Tampone vaginale o cervicale | Infezioni e squilibri del tratto genitale inferiore | Non descrive direttamente il microbiota endometriale |
| Biopsia endometriale con ricerca di CD138 | Cellule plasmatiche compatibili con endometrite cronica | Interpretazione e soglie non sono completamente uniformi |
| Sequenziamento 16S o test NGS | DNA e composizione relativa dei microrganismi | Può rilevare DNA di batteri non vitali e risente della contaminazione |
| Ecografia, sonoisterografia o isteroscopia | Polipi, miomi sottomucosi, aderenze e anomalie della cavità | Non misura il microbiota |
I test molecolari hanno un limite tecnico spesso sottovalutato. L’endometrio è un ambiente a bassa quantità di microrganismi, quindi il passaggio attraverso la cervice, i reagenti di laboratorio e il campionamento possono alterare il risultato. Inoltre, il sequenziamento del DNA non stabilisce sempre se i batteri siano vivi e attivi.
Per questo un referto che indica “microbiota non favorevole” dovrebbe essere discusso chiedendo tre cose concrete: quale metodo è stato usato, quali criteri definiscono l’anomalia e quale decisione clinica cambierebbe in base al risultato. Se non esiste una conseguenza terapeutica chiara, l’esame rischia di aggiungere ansia e spese senza migliorare il percorso.
Quando può avere un ruolo nella fertilità e nella gravidanza
L’interesse è maggiore nelle donne con infertilità inspiegata, endometrite cronica sospetta o ripetuti fallimenti d’impianto. Alcune ricerche hanno associato una minore presenza di Lactobacillus a tassi inferiori di gravidanza, ma i risultati non sono costanti e i protocolli di analisi differiscono molto.
Le raccomandazioni ESHRE non considerano oggi il profilo del microbiota uterino o vaginale un esame da eseguire sistematicamente nel percorso di fecondazione assistita. Anche il documento ASRM del 2026 riconosce una possibile associazione con l’impianto, ma sottolinea che non è ancora chiaro se sia utile fare lo screening e come trattare in modo efficace un risultato alterato.
In pratica, il test può essere valutato solo dopo aver controllato gli aspetti più solidi del percorso. Prima vengono normalmente la valutazione della cavità uterina, lo spessore endometriale, l’ovulazione, la tiroide quando indicato, il fattore maschile e la qualità degli embrioni. Un singolo insuccesso non basta per attribuire la causa al microbiota.
Che cosa si può fare e quali errori eviterei
Se viene diagnosticata un’endometrite cronica secondo criteri condivisi, il ginecologo può prescrivere una terapia antibiotica mirata e, in alcuni casi, proporre un controllo successivo. Questo approccio è diverso dall’assumere antibiotici “alla cieca” dopo un test commerciale positivo.
Probiotici, lavande vaginali, integratori e diete speciali vengono spesso presentati come strumenti per ripristinare il microbiota uterino. Al momento, però, non esiste una terapia standard dimostrata capace di correggere una presunta disbiosi e aumentare con certezza il tasso di nati vivi. Le lavande possono persino irritare la mucosa e favorire nuovi squilibri.
Le misure più sensate restano quelle che proteggono la salute riproduttiva generale. Consiglio di evitare il fumo, trattare le infezioni realmente diagnosticate, non usare antibiotici senza indicazione e correggere eventuali condizioni ginecologiche rilevanti. Alimentazione equilibrata, sonno e movimento aiutano l’organismo, ma non vanno venduti come una cura specifica dell’endometrio.
Prima di acquistare un esame, chiederei al centro se il risultato cambierà concretamente il trattamento. È una domanda semplice, ma per me fa la differenza tra una diagnostica personalizzata e una sequenza di test costosi che non porta a una decisione migliore.
La scelta più utile parte dal quadro completo
Un’alterazione del microbiota può essere un tassello interessante, soprattutto quando esiste un problema riproduttivo ripetuto e sono già state escluse le cause più comuni. Non dovrebbe però trasformarsi nella spiegazione automatica di infertilità, aborto o mancato impianto.
La strada più ragionevole consiste nel collegare ogni esame a una domanda clinica precisa, interpretare il risultato insieme a un ginecologo esperto di fertilità e preferire trattamenti con una motivazione documentata. Un referto non decide da solo il destino di una gravidanza: la qualità del percorso dipende dalla capacità di mettere insieme dati, storia personale e limiti reali delle prove disponibili.