Anticorpi monoclonali, come funzionano e quando si usano

Ricerca per la terapia monoclonale: una mano guantata usa un contagocce per trasferire un liquido viola in una provetta, parte di un esperimento in laboratorio.

Scritto da

Noemi Russo

Pubblicato il

19 mag 2026

Indice

Quando viene proposta una cura con anticorpi monoclonali, la domanda più utile non è soltanto “funziona?”, ma “perché è adatta proprio a questo caso?”. La terapia monoclonale può agire su bersagli molto precisi, ma richiede una diagnosi accurata, controlli preliminari e un monitoraggio costante. Qui chiarisco come funziona, in quali malattie viene utilizzata, quali esami servono, come si svolge il percorso in Italia e quali limiti è importante conoscere.

Gli aspetti essenziali da conoscere prima del trattamento

  • Bersaglio preciso: ogni anticorpo riconosce una determinata molecola o cellula.
  • Diagnosi personalizzata: esami del sangue, biopsie e biomarcatori possono stabilire se il farmaco è indicato.
  • Impieghi diversi: oncologia, malattie autoimmuni, asma grave, emicrania e alcune condizioni preventive.
  • Somministrazione controllata: il farmaco viene infuso o iniettato in strutture autorizzate.
  • Rischi da monitorare: reazioni all’infusione, infezioni e, per alcuni farmaci, alterazioni della risposta immunitaria.

Schema illustra ingegnerizzazione cellule T per terapia monoclonale: TCR, CAR e APC. Cellule modificate proliferano e vengono somministrate al paziente.

Che cosa fanno davvero gli anticorpi monoclonali

Gli anticorpi monoclonali sono farmaci biologici progettati in laboratorio per riconoscere un bersaglio specifico, chiamato antigene. Si comportano in modo simile agli anticorpi prodotti naturalmente dal sistema immunitario, ma vengono costruiti per legarsi a una determinata proteina, cellula o via infiammatoria.

Il loro effetto dipende dal bersaglio. Alcuni bloccano un segnale che alimenta l’infiammazione, altri marcano cellule malate affinché vengano eliminate, mentre altri ancora riattivano la risposta immunitaria contro il tumore. Esistono anche anticorpi coniugati, ai quali viene collegato un farmaco citotossico o una sostanza radioattiva per portare l’azione il più vicino possibile al bersaglio.

Un esempio noto è il rituximab, che riconosce la proteina CD20 sui linfociti B. Altri medicinali agiscono su HER2 nel tumore della mammella, su PD-1 o PD-L1 nei cosiddetti checkpoint immunitari, oppure su molecole come TNF, IL-5 e CGRP coinvolte rispettivamente in infiammazione, asma ed emicrania.

Io considero importante non chiamare ogni anticorpo monoclonale “chemioterapia”. Alcuni vengono usati insieme alla chemioterapia, ma hanno un meccanismo diverso e più selettivo. Questo non significa che siano privi di effetti collaterali o sempre migliori: la scelta dipende dalla malattia, dal bersaglio presente e dalle condizioni generali della persona.

In quali malattie si usano e perché la diagnosi viene prima

Questi trattamenti non appartengono a una sola specialità. In oncologia possono colpire direttamente una caratteristica delle cellule tumorali o modificare il modo in cui il sistema immunitario riconosce il tumore. In reumatologia e gastroenterologia vengono impiegati contro alcune forme di artrite, psoriasi, malattia di Crohn e colite ulcerosa.

Altri anticorpi sono indicati per asma grave di tipo eosinofilico o allergico, dermatite atopica, osteoporosi ed emicrania. In questi casi l’obiettivo può essere ridurre l’infiammazione, diminuire il numero di crisi o prevenire complicanze. Non si tratta però di prevenzione generica per persone sane, ma di una prevenzione rivolta a pazienti con una diagnosi precisa e un rischio documentato.

Leggi anche: Ombra cardiaca nei limiti - che cosa significa davvero?

Gli esami che possono orientare la scelta

Prima di iniziare, lo specialista verifica se il bersaglio del farmaco è davvero presente. In oncologia può servire una biopsia con analisi immunoistochimica, cioè una tecnica che evidenzia determinate proteine nelle cellule tumorali. In altri casi si valutano esami molecolari, emocromo, funzionalità epatica e renale oppure marcatori dell’infiammazione.

Ambito Che cosa si può controllare Perché è importante
Oncologia HER2, PD-L1, CD20, alterazioni molecolari e caratteristiche del tumore Aiuta a selezionare il farmaco e a evitare trattamenti non pertinenti
Malattie autoimmuni Attività clinica, indici infiammatori, infezioni latenti e terapie già provate Definisce il livello di rischio e l’appropriatezza della cura
Asma grave Eosinofili, IgE, funzione respiratoria e frequenza delle riacutizzazioni Permette di scegliere il meccanismo biologico più coerente
Emicrania Numero di giorni con emicrania, disabilità e risposta ai trattamenti precedenti Evita di usare un farmaco preventivo quando non è ancora necessario

Un errore frequente consiste nel pensare che un valore alterato basti da solo per ottenere il trattamento. In realtà, il risultato dell’esame deve essere letto insieme a sintomi, diagnosi, gravità della malattia, farmaci già utilizzati e criteri autorizzativi. La medicina personalizzata non significa scegliere liberamente il farmaco, ma collegare ogni decisione a informazioni cliniche verificabili.

Come si svolge il percorso in Italia

Il percorso comincia di solito con uno specialista ospedaliero o territoriale che conferma la diagnosi e valuta le alternative disponibili. Per molti medicinali la prescrizione è riservata a centri autorizzati e può essere regolata da criteri AIFA, registri di monitoraggio o indicazioni regionali.

  1. Valutazione clinica. Il medico raccoglie anamnesi, terapie precedenti, allergie, infezioni, vaccinazioni e altre patologie.
  2. Esami di idoneità. Possono includere emocromo, transaminasi, creatinina, test per epatite B e C, tubercolosi o gravidanza, in base al medicinale.
  3. Scelta della formulazione. Alcuni farmaci sono somministrati per via endovenosa, altri con iniezione sottocutanea.
  4. Prima somministrazione. Il personale osserva la persona durante e dopo il trattamento, perché alcune reazioni compaiono nelle prime ore.
  5. Controllo della risposta. Il medico valuta sintomi, esami, imaging o numero di riacutizzazioni e decide se proseguire, modificare o interrompere la cura.

La durata varia molto. Un’infusione può richiedere da meno di un’ora a diverse ore, soprattutto la prima volta; una somministrazione sottocutanea è generalmente più breve. Anche la frequenza cambia: alcuni trattamenti sono settimanali o mensili, altri vengono ripetuti ogni alcune settimane o soltanto in determinati cicli.

Per quanto riguarda i costi, non esiste una cifra valida per tutti. Se il medicinale è rimborsato dal Servizio sanitario nazionale per quella specifica indicazione, viene normalmente gestito dal centro prescrittore secondo le regole regionali. La rimborsabilità non dipende soltanto dal nome del farmaco, ma dall’indicazione, dai criteri di eleggibilità e dal percorso assistenziale. Prima di iniziare chiederei sempre al centro quali esami sono coperti, dove avviene la somministrazione e quali controlli sono previsti.

Benefici, effetti indesiderati e limiti reali

Il principale vantaggio è la possibilità di intervenire su un meccanismo preciso senza colpire indistintamente tutte le cellule dell’organismo. Questo può tradursi in una riduzione dei sintomi, delle riacutizzazioni o della progressione della malattia, ma la risposta non è garantita. Alcune persone migliorano rapidamente, altre dopo settimane o mesi, altre ancora non rispondono perché il bersaglio non è sufficiente a spiegare la malattia.

Le reazioni più comuni durante l’infusione includono febbre, brividi, arrossamento, prurito, nausea o calo della pressione. Per alcuni medicinali il centro somministra prima antistaminici, antipiretici o corticosteroidi, mentre in altri casi non sono necessarie premedicazioni.

Quando il farmaco riduce l’attività di una parte del sistema immunitario, può aumentare il rischio di infezioni o riattivare infezioni latenti. Gli inibitori dei checkpoint immunitari possono invece provocare una risposta eccessiva contro organi sani, con disturbi come diarrea persistente, infiammazione polmonare, epatite o alterazioni della tiroide.

Io non sottovaluterei mai sintomi nuovi comparsi dopo la somministrazione. Difficoltà respiratoria, gonfiore del viso, dolore toracico, svenimento, febbre importante o diarrea intensa richiedono un contatto immediato con il centro curante o con i servizi di emergenza, soprattutto se insorgono poco dopo l’infusione.

Prima della cura è utile aggiornare le vaccinazioni quando il medico lo ritiene possibile, segnalare viaggi recenti, infezioni ricorrenti e tutti i farmaci assunti. I vaccini vivi possono non essere indicati durante alcuni trattamenti immunosoppressivi, quindi non farei mai modifiche autonome al calendario vaccinale.

Prevenzione e monitoraggio fanno parte della cura

La prevenzione non si esaurisce nella scelta del medicinale. Prima di iniziare, può ridurre i rischi controllare infezioni latenti, stato vaccinale, funzione del fegato e dei reni, salute dentale e possibili interazioni con altre terapie. Durante il trattamento, il monitoraggio serve a capire se il beneficio supera davvero i rischi.

Per chi riceve un anticorpo monoclonale è utile conservare un piccolo diario con data della somministrazione, sintomi, febbre, infezioni, esami e farmaci aggiunti. Nei trattamenti per emicrania o asma, annotare la frequenza degli episodi rende più semplice valutare l’efficacia; in oncologia, invece, la risposta viene spesso verificata con esami radiologici e valutazioni specialistiche.

Un altro punto pratico riguarda i biosimilari. Sono medicinali biologici altamente comparabili al prodotto di riferimento, approvati dopo controlli specifici di qualità, efficacia e sicurezza. La scelta tra originator e biosimilare viene effettuata dal medico e dalla struttura secondo indicazione clinica e regole del sistema sanitario, non sulla base del prezzo percepito dal paziente.

La prevenzione resta comunque quella abituale: screening oncologici appropriati per età e rischio, controllo della pressione, gestione del peso, attività fisica, vaccinazioni e adesione alle terapie già prescritte. Un anticorpo monoclonale non sostituisce lo screening e non corregge da solo le cause dello stile di vita.

La domanda più utile da portare alla visita

Prima di accettare il trattamento, chiederei allo specialista quale bersaglio viene colpito, quale beneficio concreto ci si aspetta, dopo quanto tempo sarà valutato e quali segnali devono far contattare il centro. Chiederei anche quali alternative esistono, quali controlli sono obbligatori e se la terapia rientra nel percorso rimborsato dal Servizio sanitario nazionale.

La scelta migliore non è il farmaco più nuovo, ma quello coerente con diagnosi, biomarcatori, gravità della malattia e profilo di rischio individuale. Con informazioni chiare e un monitoraggio regolare, gli anticorpi monoclonali possono diventare uno strumento importante della medicina personalizzata, senza trasformarsi in una promessa automatica di guarigione.

Questo articolo ha carattere esclusivamente informativo ed educativo. Il materiale è stato elaborato con il supporto di moderni strumenti analitici e linguistici (IA). Prima di prendere una decisione, consulta un esperto.

Domande frequenti

Dipende dalla malattia e dal farmaco. Possono servire biopsia con immunoistochimica, esami molecolari, emocromo, funzionalità epatica e renale, marcatori dell’infiammazione e controlli per infezioni latenti come epatite o tubercolosi.

Uno specialista conferma la diagnosi e valuta l’idoneità, spesso presso un centro autorizzato secondo criteri AIFA o regionali. Il farmaco può essere somministrato per via endovenosa o sottocutanea; la prima somministrazione prevede un monitoraggio durante e dopo il trattamento, seguito da controlli della risposta.

No. Gli anticorpi monoclonali sono progettati per legarsi a bersagli specifici, come CD20, HER2, PD-1, TNF o CGRP, mentre la chemioterapia agisce con meccanismi diversi e meno selettivi. Alcuni anticorpi possono comunque essere usati insieme alla chemioterapia.

Difficoltà respiratoria, gonfiore del viso, dolore toracico, svenimento, febbre importante o diarrea intensa richiedono un contatto immediato con il centro curante o con i servizi di emergenza. Tra le reazioni possibili ci sono anche febbre, brividi, prurito, nausea e calo della pressione.

Valuta l'articolo

Valutazione: 0.00 Numero di voti: 0

Tag:

biomarcatori immunoterapia anticorpi monoclonali biosimilari

Condividi post

Noemi Russo

Noemi Russo

Mi chiamo Noemi Russo e negli ultimi 8 anni ho dedicato la mia attenzione e il mio lavoro ai temi della salute, con un focus particolare sulla diagnostica preventiva e personalizzata. La mia passione per questo settore nasce dal desiderio di rendere accessibili concetti complessi, aiutando le persone a comprendere meglio il proprio benessere e le strategie per mantenerlo. Su analisisiracusa.it, mi impegno a ricercare, confrontare e semplificare le informazioni più aggiornate, offrendo contenuti chiari e affidabili che possano guidare verso scelte consapevoli. Il mio obiettivo è fornire uno strumento utile e comprensibile per chiunque desideri approfondire la propria conoscenza in ambito salute.

Scrivi un commento